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Media LAWS

La rappresentazione del dolore da Aristotele ai social network

La rivista MediaLaws (Law and Policy of the Media in a Comparative Perspective) ha dedicato un approfondimento alla rappresentazione del dolore da Aristotele ai social network.

Qui si seguito, riportiamo il testo integrale dell’articolo.

 

La rappresentazione del dolore da Aristotele ai social network

By Marianna Sala on Luglio 23, 2021

 

SOMMARIO

  1. La concezione di Aristotele della narrazione tragica come rimedio alle angosce quotidiane.
  2. Infotainment tv – L’uso del genere spettacolo nei programmi d’informazione 
  3. Il fenomeno dell’attrattività del dolore altrui
  4. La spettacolarizzazione come strumento per fare audience sulle tragedie della storia e della cronaca
  5. Il rischio di una pornografia del dolore
  6. Gli episodi di cronaca più recenti
  7. Profilo etico e questione giuridica

 

I recenti casi di cronaca descritti dai media in tutta la loro tragicità (dalla funivia del Mottarone al malore del calciatore Eriksen durante una partita degli europei) risollevano il tema assai dibattuto dei limiti e delle corrette modalità di rappresentazione del dolore nel mondo della comunicazione. Le considerazioni che seguono intendono offrire brevi spunti di riflessione in proposito.

  1. La concezione di Aristotele della narrazione tragica come rimedio alle angosce quotidiane

 Da sempre l’uomo raffigura la sofferenza e il dolore. Già Aristotele sottolineava l’effetto catartico sugli spettatori delle tragedie, che attraverso la rappresentazione di vicende dolorose e terribili ad imitazione della realtà potevano offrire agli spettatori una forma di purificazione o di liberazione (Katharòs) dalla sofferenza in quanto “male comune”.

In altri termini, Aristotele esaltava la rappresentazione della tragedia come strumento dotato di proprietà terapeutiche, in quanto, riproducendo fatti gravi, sanguinosi o luttuosi, della vita,  li “sublimava” in un sentimento di pietà e di terrore insieme, ponendo in qualche modo rimedio alle angosce quotidiane.

  1. Infotainment tv – L’uso del genere spettacolo nei programmi d’informazione

Con un notevole salto temporale, riflettiamo sulla situazione contemporanea: anche prima dell’avvento di Internet e della diffusione capillare dell’utilizzo dei social network, già la televisione tendeva talvolta – e tende tutt’oggi – a spettacolarizzare il dolore.

Alcuni programmi televisivi, infatti, mediatizzano vicende di cronaca, mettendo alle volte in risalto il dolore delle vittime o dei parenti di queste ultime, sostenendo di svolgere un approfondimento giornalistico.

 Quest’ultimo, in realtà, si è sviluppato ricorrendo sempre più spesso alla formula dell’infotainment, vale a dire alla  mescolanza di più generi per andare incontro all’instabile livello d’attenzione del pubblico, ricorrendo a schemi appartenenti al “genere” spettacolo nei programmi d’informazione.

Questa pratica televisiva sembra talvolta  dettata più dall’esigenza di emergere nel mare magnum delle informazioni  ed anche per questo è stata  più volte denunciata da giornalisti, dall’Ordine dei Giornalisti e da esperti di etica dell’informazione. Tra i giudizi severi che si è meritata, balza l’espressione del filosofo Carmine Castoro, ad avviso del quale ad esempio, queste trasmissioni, “invece di rappresentare in maniera complessa il male, ce ne danno una fiaba distorta, una misperception[1].

  1. Il fenomeno dell’attrattività del dolore altrui

Occorre affrontare una questione di fondo: perché lo spettatore è attratto dal dolore altrui?

Il termine tedesco Schadenfreude, indica un sentimento di piacere che sorge di fronte alle disgrazie altrui, esattamente quello che, come sostenuto poc’anzi, dimostra l’infotainment. Secondo alcuni studiosi, infatti, la rappresentazione del dolore creerebbe nell’essere umano due distinte emozioni: innanzitutto la curiosità, la soddisfazione nell’indignazione nonché il desiderio di vedere o sentire particolari morbosi. Dall’altro lato, parrebbe che l’empatia e la pietà che suscita la visione di storie drammatiche, siano semplicemente un pretesto per rendere accettabile la curiosità  per le disgrazie altrui, per i retroscena piccanti e per il pettegolezzo[2].

La nascita di Internet e la contestuale nonché correlata diffusione dell’utilizzo dei social network poi, ha inevitabilmente esteso al mondo digitale tutte le condotte, i sentimenti, le emozioni umane che eravamo abituati a provare in privato, nella cosiddetta vita offline.

  1. La spettacolarizzazione come strumento per fare audience sulle tragedie della storia e della cronaca

Desta però particolare attenzione la questione circa la spettacolarizzazione del dolore.

Citando Wiston Churchill, la morte di una persona è una tragedia, ma la morte di milioni di persone è solo statistica[3].

Quando le tragedie sono fisicamente e mentalmente lontane, infatti, la morte diviene solo un numero: l’attenzione da parte nostra si attesta dai tre minuti dei servizi dei telegiornali, alla media di un minuto dei tempi di lettura degli articoli online, alla media dei due secondi in cui si scorre la pagina di un social network[4], perdendosi inevitabilmente nell’archivio della nostra memoria.

Esempio lampante di quanto appena affermato è quanto accaduto nei mesi di dicembre e gennaio 2020, con la diffusione della notizia che a Wuhan, in Cina, era scoppiata la pandemia da Covid-19.

Assistiamo oggi ad una mirata e spesso incontrollata spettacolarizzare del dolore, utilizzata dai social media per fare audience sulle tragedie altrui.

  1. Il rischio di una pornografia del dolore

 Innanzitutto, ci si domanda quanto sia eticamente corretto pubblicare, rendere noti e, appunto, mediatizzare, una tragedia. Non solo gli episodi di cronaca nera vengono spettacolarizzati e descritti con dovizia di particolari, ma anche le campagne di denuncia sociale sono talvolta incentrate sulla drammatizzazione di casi individuali invece che sul fenomeno sociale in sé.

L’utilizzo di immagini forti, rappresentanti realtà tragiche infatti, da un lato rendono partecipi gli utenti di una realtà distante a cui non potrebbero altrimenti accedere, e dall’altro può sconfinare nella cosiddetta “pornografia del dolore”. Questo termine viene solitamente utilizzato nell’ambito del fundraising, ovverosia nell’utilizzo di immagini che sfruttano la sofferenza altrui a scopi di raccolta fondi.

Numerosi codici di condotta elaborati da professionisti, hanno negli anni elaborato codici per evitare appunto il rischio della appena citata pornografia del dolore.

Già dal 1990 la carta di Treviso, promossa dal Telefono Azzurro e successivamente integrata nel “testo unico dei doveri del giornalista”, in tema di protezione dei minori, si era raccomandata di porre attenzione all’utilizzo di immagini di bambini in difficoltà; a livello internazionale poi, la NPPA (national press photographers association) ha dichiarato nel suo codice etico che è necessario: “trattare tutti i soggetti con rispetto e dignità; dare particolare attenzione ai soggetti più vulnerabili e la compassione per le vittime di reati o di tragedia; inserirsi in momenti privati di dolore solo quando il pubblico necessita di quella testimonianza”[5].

Ulteriore polemica che si innalza in un contesto in cui l’informazione rischia di scontrarsi con l’etica è quella relativa alla tutela della dignità del soggetto ritratto durante un momento di dolore e di trauma nonché il rispetto della sofferenza di chi ha subito in maniera diretta il trauma di cui si narra.

  1. Gli episodi di cronaca più recenti

Ultimamente, testate giornalistiche, social media, trasmissioni tv, sono state oggetto di polemica con riferimento, in particolare, a due episodi tragici avvenuti uno sotto i riflettori e, l’altro, in maniera più silente ma con un impatto emotivo devastante.

Si tratta del caso di Christian Eriksen disteso a terra che lotta tra la vita e la morte e del video shock della tragedia della funivia del Mottarone.

 Alcuni lo definiscono un Truman show del dolore; il giocatore danese è stato ripreso in diretta tv con immagini che si soffermavano sul suo volto esanime dopo il malessere, mentre i compagni di squadra si stringevano in un “abbraccio” per preservare la privacy dell’amico. Questo è solo uno degli esempi che manifestano la volontà dei media di sfruttare il dolore al fine di ottenere audience.

Ulteriore caso appena menzionato è quello della tragedia della funivia del Mottarone, accaduta il 23 maggio scorso. Le immagini dell’occorso sono state portate a conoscenza dei familiari, sono state rese pubbliche e messe a disposizione di chiunque avesse la macabra curiosità di vedere con i propri occhi lo schianto della funivia.

Inaspettatamente però, numerosi utenti delle testate giornalistiche che hanno pubblicato questi video, hanno iniziato a commentare, indignati, la scelta di tali professionisti. In risposta alle accuse, i giornalisti si sono giustificati sostenendo il loro obbligo di informare e ribadendo a più battute che “nessuna delle vittime è identificabile”.

Se vogliamo analizzare la polemica, dobbiamo vagliare non solo la questione etica, ma altresì quella giuridica.

  1. Profilo etico e questione giuridica

E’ eticamente corretto reiterare lo strazio alle famiglie delle vittime?

Da un lato, i parenti dei deceduti hanno reagito in maniera indignata di fronte a tale accadimento; allo stesso tempo però, le ragioni di chi si è assunto la responsabilità di divulgare il video non sembrano pretestuose.

Come sempre, l’opinione pubblica si è divisa a metà, ognuno con le proprie ragioni e argomentazioni.

Se riflettiamo infatti, pensare di censurare giornali e televisioni è semplicemente impossibile ai tempi della globalizzazione e della società liquida; dovrebbe infatti spettare alla sensibilità individuale di chi fa questo mestiere selezionare il materiale.

Da un punto di vista prettamente giuridico invece, si evidenzia come le immagini siano state estrapolate dall’impianto di videosorveglianza della funivia e messe a disposizione delle parti già a fine maggio scorso, all’atto della richiesta di convalida del fermo e di applicazione di misura cautelare.

Sul punto, Olimpia Bossi, Procuratore della Repubblica, è intervenuta sostenendo che “Si tratta, tuttavia, di immagini di cui, ai sensi dell’articolo 114 comma 2 c.p.p., è comunque vietata la pubblicazione, anche parziale, trattandosi di atti che, benché non più coperti dal segreto in quanto noti agli indagati, sono relativi a procedimento in fase di indagini preliminari”.

Appare necessario esaminare la distinzione tra atti coperti da segreto e atti non pubblicabili: mentre il segreto opera all’interno del procedimento, il divieto di pubblicazione riguarda la divulgazione tramite la stampa ed altri mezzi di comunicazione sociale.

Alla luce di ciò, quindi, parrebbe che gli atti d’indagine per i quali il segreto investigativo sia cessato, non divengano pubblicabili, permanendo su di essi una serie di divieti circa la pubblicazione testuale e parziale dell’atto secondo i termini individuati dalla norma di rito.

Per quanto concerne poi gli atti coperti da segreto, fintanto che il segreto sussiste, è vietata qualsiasi tipo di pubblicazione, anche solo del contenuto, “fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza”, a meno che il Pubblico Ministero non disponga – ai sensi dell’art. 329, c. 3, c.p.p., – l’obbligo del segreto anche per tale atto conosciuto o conoscibile da parte dell’imputato, atto che in forza di tale provvedimento rimane segreto anche dopo la sua conoscenza o conoscibilità.

Ciò nonostante, anche qualora un atto non sia più coperto da segreto, non può essere pubblicato fino allo svolgimento dell’udienza preliminare e se questa invece non si tiene fino alla chiusura della fase delle indagini preliminari, ex art. 114, c. 2, c.p.p. Qualora si svolga il dibattimento poi, gli atti non possono essere pubblicati se non dopo la sentenza di secondo grado, ai sensi dell’art. 114, c. 3, c.p.p.

In merito alla questione, si riporta infine quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, sez. I penale, sentenza n. 41640 del 10 ottobre 2019, ovverosia che “si ha una pubblicazione arbitraria allorché atti o documenti di un procedimento penale vengano pubblicati […] in presenza di una legge che ne vieti la pubblicazione”.

  1. Conclusioni

Le questioni poste dalla rappresentazione del dolore sono molte e non possono certo esaurirsi nel breve spazio del presente intervento, il cui scopo non è di dare una soluzione al tema, quanto piuttosto di stimolare la riflessione.

Se da un lato si invoca la necessità della cronaca, del “far sapere”, dall’altro lato si lamenta la spettacolarizzazione di immagini truculente e non necessarie per soddisfare l’esigenza informativa.

La commistione di generi fra informazione e intrattenimento rischia di fagocitare il messaggio e di far travalicare i limiti posti dall’etica e dal diritto.

La decisione del se e del come raffigurare le tragedie umane dovrebbe essere preceduta – da parte dei professionisti dei media – da una attenta riflessione etica, volta a tracciare i confini del rispetto delle vittime e volta a tutelare la sensibilità del pubblico, in particolare quello dei minori.

 

[1] https://www.ilsuperuovo.it/tv-del-dolore-infotainment-cronaca-schadenfreude/

[2] https://www.ilsuperuovo.it/tv-del-dolore-infotainment-cronaca-schadenfreude/

[3] https://criminologiaicis.it/il-dolore-e-il-lutto-al-tempo-dei-social-network-dal-processo-di-spettacolarizzazione-al-processo-di-anestetizzazione-del-dolore/

[4] https://criminologiaicis.it/il-dolore-e-il-lutto-al-tempo-dei-social-network-dal-processo-di-spettacolarizzazione-al-processo-di-anestetizzazione-del-dolore/

[5] Punto 4 del codice etico: https://nppa.org/code-ethics https://www.ilbecco.it/comunicare-la-tragedia-tra-pornografia-del-dolore-e-impegno-politico-2/